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I robot non indossano giacca e cravatta

Ci sono alcuni film che lasciano il segno per i motivi più disparati. Ad esempio John Wick ti scuote non tanto per la quantità di modi fantasiosi in cui il protagonista riesce a farsi strada tra decine di nemici, ma per la brutta fine che fa il suo cagnolino a inizio film. Oppure The Amazing Spiderman 2 ti devasta l’anima non per il suo finale straziante, ma per il fatto che qualcuno abbia pensato fosse una buona idea fare un sequel.

Per questo quando sono uscito dalla sala IMAX in cui proiettavano Tenet ero molto confuso. Non per le mosse geniali con cui Nolan ti fa viaggiare nel tempo più e più volte, anche se ho dovuto cercare il finale su youtube e vederlo avanti e indietro più volte per riuscire a capire cos’era successo. No, quello era geniale, incredibilmente contorto ma geniale e se non mi sono messo ad applaudire a fine film è stato solo perché ero troppo impegnato a capire se la canzone nei crediti era invertita (spoiler: sì, lo era). La cosa che mi ha davvero confuso del film è il messaggio che traspare nella prima metà del film: le persone più cattive vanno in giro in giacca e cravatta.

Fateci caso: nei film ad ambientazione “realistica” i veri cattivi non sono quelli che vanno in giro che sembrano appena usciti da una partita con Saw, quelli al massimo sono gli scagnozzi che fanno il lavoro sporco; no, quelli davvero cattivi sono i tizi che vanno in giro eleganti, e più sono eleganti più sono cattivi. Sembra essere una regola universalmente riconosciuta.

“Sono il protagonista cattivo e traffico in armi”


“Pischello, torna quando avrai uno stile tuo”


“Che carini che siete”








Ora pensiamo a come vengono rappresentati i robot, o più in generale le macchine, quando si parla di essere “Il cattivo”. Esatto, la prima persona che ci viene in mente è proprio lui.




Con quel sorriso come fai a non pensare che sia uno dei buoni?

L’intelligenza artificiale “malvagia” è rappresentata in giacca e cravatta. Una coincidenza? Oppure è la nostra difesa mentale che ci impone di trovare un modo per distinguere i buoni dai cattivi? Perché se togli quella giacca all’agente Smith e gli dai una felpona rossa diventa Babbo Natale, ma sempre cattivo rimane. Solo che a quel punto non puoi più riconoscerlo come tale.

Per questo i robot fanno paura: loro non si mettono giacca e cravatta. In realtà spesso non indossano proprio niente. Come fai a capire se sono buoni o cattivi se non hanno un marchio che li contraddistingue? La risposta che hanno trovato quasi tutti i registi è semplice ma geniale:

“Facciamogli gli occhi rossi!”

Dopotutto nella mente umana l’associazione è istantanea: i nostri occhi si sono evoluti, quando non eravamo ancora neanche metà Sapiens e correvamo nudi per i boschi, a riconoscere migliaia di sfumature di verde. Il verde era ovunque, il verde era ciò a cui bisognava fare attenzione. Una sfumatura troppo scura poteva segnalare un predatore nascosto, una troppo chiara una preda mimetizzata. Il rosso non c’era e se c’era era così raro che saltava subito all’occhio come segnale di pericolo:

“Quel fungo è rosso, non mangiarlo.”

“La bocca di quell’animale è rossa, non farti mangiare.”

“Il sangue è rosso, sarebbe meglio se stesse dentro al tuo corpo e non fuori.”

Per questo motivo il rosso è il nostro segnale di pericolo: ci siamo evoluti per riconoscerlo come tale. Non come certi animali daltonici che non vedono le tigri. Dopotutto se adesso governiamo il pianeta un motivo ci sarà (cioè tanta fortuna, dato che l’evoluzione va tendenzialmente a caso).

Quindi: robot. Gli diamo gli occhi rossi perché siano riconoscibili come cattivi. Problema risolto? No, per niente. Nella realtà nessuno sarebbe così stupido da dare al proprio robot killer un segno di riconoscimento così evidente: “ehi guardami, sono il cattivo, sto cercando di ucciderti”.

Tony stark, forse non sei così furbo come pensi di essere. Gli hai messo dei led rossi come occhi, cosa credevi sarebbe successo?

Nella realtà i robot non hanno segni di riconoscimento. Come fai a capire se uno di loro sta pensando di ucciderti? Non puoi, ed è questo che fa davvero paura di loro. Non sai se quello che hai davanti è uno sgherro o il capo, non sai se è onesto o se sta cercando di fregarti. Tutti i segni distintivi che si sono evoluti nei secoli, tutta la lotta in cui i predatori inventano nuovi modi per fregare il prossimo mentre le vittime cercano di prevedere ogni inganno, tutto il complesso galateo di strette di mano, sorrisi falsi, cravatte leggermente allargate, polsini asimmetrici, scarpe intonate con la cintura e contratti in caratteri microscopici, tutto questo viene annientato dall’entrata in scena di un nuovo concorrente. Qualcuno che non abbiamo avuto il tempo di studiare, ma che è già qui e pronto a scendere nell’arena per partecipare ai giochi. Qualcuno da cui non solo non abbiamo mai imparato a difenderci, ma neanche a capire se è effettivamente un nemico oppure no.

Qualcuno che non si veste in giacca e cravatta.

GLaDOS: minimalista ed elegante. L’occhio è giallo. Potrebbe essere la tua guida o il tuo peggior nemico. Come fare a capirlo?

A parte che per le neurotossine con cui cerca di ucciderti.

Non c’è una soluzione a questo. I robot di fatto è come se fossero nuove specie, nuove razze che invece di evolversi nel corso di milioni di anni sbucano fuori all’improvviso dal nulla. Non esiste un tempo di adattamento, non puoi studiarli e capirne il comportamento, non ci sono segni distintivi che ti indicano se puoi fidarti o no. Sono già qui. La tua televisione, il tuo computer, il tuo cellulare. Per questo molti ne hanno paura e si mettono copricapo di stagnola.

Forse l’unico modo per smettere di averne paura è iniziare a dargli dei segni distinguibili che a noi risultino familiari.

Potremmo iniziare mettendogli giacca e cravatta.

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