Anche per i robot le dimensioni contano

A inizio 2020 è stata annunciato dal Giappone la costruzione di un Gundam. E fin qui niente di troppo strano per i nostri amici asiatici: non è certo la prima volta che costruiscono robottoni giganti e sicuramente non sarà l’ultima. Ciò che ha stabilito l’importanza dell’evento è che questo gundam cammina.

E a volte fa il dito medio ai passanti, anche se i poteri forti cercano di insabbiare la verità.

Certo, vedendolo così uno pensa che ormai non manca molto prima di poterci ficcare dentro un adolescente dicendogli di andare a combattere gli alieni (o magari deviare asteroidi). Cosa potrebbe mai andare storto?

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Tutto.

C’è un gigantesco problema (gigante più o meno quanto il Gundam) quando si tratta di ficcarci dentro qualcuno. Durante uno scontro, in media, un Gundam riceve tante di quelle mazzate da farlo volare per chilometri in pochi secondi e atterrare di faccia contro qualche asteroide che passava di lì per caso. Il problema in questione è che l’energia cinetica viene trasmessa al pilota che, realisticamente, diventerebbe un’omelette al primo cazzottone rotante.

Per fortuna qualcuno ha già pensato a questo: non c’è bisogno di metterci dentro una persona, basta che sia telecomandabile con la forza del pensiero. Basta trasmissioni televisive dove i concorrenti assemblano un robot che poi dovranno pilotare con grossi telecomandi e antenne così lunghe da captare il 17G. La soluzione definitiva è pilotare un robot alto 18 metri stando comodamente a casa.

Gundam in smartworking.

Quindi perché non stiamo pilotando robot giganti invece di passare le giornate a giocare a Cyberpunk? Probabilmente perché un mostro del genere sarebbe talmente lento che faremmo prima ad aspettare che il nostro nemico vada in pensione.

Un oggetto in movimento ha un difetto: prima o poi si ferma. In un modo o nell’altro. E fermare un oggetto molto grosso richiede una quantità di energia molto grossa, a meno che non si voglia farlo finire in modo molto spettacolare.

Un robot gigante dovrebbe possedere abbastanza energia non solo per partire alla carica, ma anche per arrestarla senza sfracellarsi, il che potrebbe essere un problema. Per non parlare poi dell’attrito dell’aria, tra resistenza e surriscaldamento.
Non è un caso se le macchine più grandi mai create dall’uomo si muovono al rallentatore o hanno bisogno di piste enormi.

Dare un tocco di realismo alla narrazione, che si tratti di un film oppure di un videogioco, significa anche fare attenzione a questi aspetti. Gundam, i Transformers e Il Gigante di Ferro rimarranno sempre nei nostri cuori, ma superati i 18 anni sappiamo tutti che non si trasformeranno mai in realtà.

Anche la fantascienza richiede una goccia di realismo: quanto sarebbe credibile un gioco in cui compaiono robot grandi quanto palazzi? Certo, i boss più sono grossi e più sono soddisfacenti da abbattere, ma vale la pena di inserire un mostro grande quanto un palazzo per sfidare i giocatori, se questi nel momento in cui lo vedono capiscono che non si tratta di qualcosa di reale?

Forse no. Forse conviene rimanere in un ambito più reale, più vicino a chi parteciperà al mondo che stai creando, farlo immergere nell’esperienza fino a fargli chiedere “Okay, quindi quanto dovrò aspettare per poterlo vedere nella realtà?”

Perché il realismo in un videogioco è anche questo: portare il giocatore a desiderare di poter fare parte del mondo che hai creato.

Watch GLaDOS from 'Portal' explain the difference between fission and  fusion - The Verge
Certo, ci sono delle eccezioni.

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